IAC CARD SANNESIVS

 

La lapide autocommemorativa del Cardinale Giacomo Sannesio

di Federico Fabiani

 

 

L’epigrafe presa in esame è stata visitata e misurata con strumenti e metodologie semplici delle quali sono a conoscenza. Ho approfittato di una testimonianza storica del mio paese per approfondire le conoscenze sul territorio. 

 

I.  Scheda tecnica:

 

Supporto:   pietra (selce), dimensioni 143 cm  x 107 cm x  23 cm;

Luogo di rinvenimento:      facciata sud del Palazzo del Sannesio in Castelgiorgio;

Tipo di scrittura: alfabetica, maiuscola corsiva romana o capitale; iscrizione risolta in dodici strisce,      allineamento centrato, due tipi di caratteri differenziabili in base all’uniformità di altezza:

 

-disposizione: su dodici righe;

-altezza: uniforme delle lettere, almeno nella stessa riga (5 cm e  3.5 cm);

-posizione: allineamento centrato;

-verso:  da sinistra a destra;

-andamento: orizzontale regolare;

-modulo: spazio tra le lettere regolare (2 cm [NN] riga 1 e 1.5 cm  [OE] riga 4);

 

 

 

 

Corpo dell’iscrizione (in traduzione): [1]

 

 

“ Il Cardinale Giacomo Sannesio Vescovo di Orvieto,

per comodità sua e dei (suoi) successori,

fece edificare

in un clima salubre, in un luogo appartato e molto favorevole e,

dopo aver trasformato i campi circostanti con laboriose opere

in coltivazioni più piacevoli (redditizie),

fece in modo che aumentasse la ricchezza vescovile.

 

Anno del benessere

1620 ”

Analisi del testo:

 

gentilizio:

IACOBVS SANNESIVS

Giacomo Sannesio

data:

M D C X X

1620

titoli:

CARD.

EPISCOPVS

cardinale

vescovo

dedica:

SUAE SVCCESSORUMQ

ai vescovi che verranno dopo Sannesio

toponimi:

VRBEVETANVS

di Orvieto

possibile pretesto:

EXTRVXIT

la edificazione, l’impianto

 

Lingua:       latino ecclesiastico tardo medievale. A dimostrazione possiamo considerare l’uso di CAMPIS per il latino classico RUS, RURIS, l’abbreviazione del QUE enclitico (Q ), il nesso  -OE-  di  COELO  al posto del classico

-AE- di CAELUM.[2]

 

  

II. Breve cenno storico:

 

Per riconsegnare l’epigrafe alla storia è giusto conoscere qualcosa in più su chi ha voluto registrare un evento su un supporto destinato a durare nel tempo - l’ordinator - il cui nome troviamo scritto in alto a caratteri più grandi. Nulla possiamo, invece, sul lapicida, l’incisore che resta tuttora ignoto.  In breve, la fondazione del paese è da identificarsi con l’edificazione del Castello e della sede vescovile voluta da Giorgio della Rovere Vescovo di.  Di questo complesso non rimane nulla attualmente se non forse la disposizione delle fondamenta sulle quali poggia l’attuale palazzo.

Particolare attenzione ripose  il Cardinale Sannesio Vescovo di Orvieto nel ricostruire il Palazzo. Il complesso venne reso da questi più idoneo per la villeggiatura dei porporati e prelati,  venne inoltre isolato dalle altre case e dotato di una nuova chiesa essendo stata distrutta quella precedente (dobbiamo pensare che la chiesa fosse collocata pressappoco nella posizione attuale, anche se con una tribuna più corta). Grazie alla ristrutturazione parte del castello venne adibita a Palazzo Vescovile dal Cardinale Sannesio, così Castelgiorgio continuò ad essere meta dei Vescovi orvietani e dei loro legati soprattutto d’estate.[5]

 

  

III. Considerazioni:

 

Da ultima analisi sembra emergere una certa trascuratezza nella forma grammaticale del testo, da attribuirsi certo al fatto che il latino del Seicento nel centro Italia risentiva di una forte connotazione, se non proprio dialettale, almeno volgare.  La lingua in questione è di tipo ecclesiastico e rappresentava la lingua del potere, della cultura in mano a pochi. Il Clero detenne a lungo l’egemonia della tradizione in latino: a questa lingua erano vincolati testi importanti dal significato alto al quale, come cercherò di rilevare, neanche la nostra epigrafe commemorativa sfugge.

Già di per sé l’incisione meccanica della pietra risulta difficile, in più possiamo ipotizzare nel lapicida ignoto una persona che in potenza non sapesse neanche leggere quanto veniva commissionato. Si aggiunga il fatto che l’ordinator, come si sa da documenti (cfr. nota 9), era una persona non molto colta, in possesso di una lingua latina grammaticale non più naturale (latinus grammatice). Infatti, lo sforzo di mantenere la tradizione del latino, anche nell’ambito ecclesiastico, genera degli adattamenti non intenzionali che corrompono il testo. Ad esempio: la preferenza per il termine CAMPIS, introdotto ex novo nel Medioevo, conferma l’estraneità alla forma del latino classico che avrebbe richiesto un RURIS; la disposizione centrale del verbo principale della proposizione - EXTRVXIT - tanto rimarca l’operato del Sannesio e non da ultimo il fatto di voler rendere esplicito l’intervento di una persona che ha dato molto al territorio.

Non manco di avanzare l’ipotesi di una lettura in chiave culturale di ciò a cui il testo mi sembra accennare. Senza nulla togliere al lavoro di traduzione fatto precedentemente, nel quale si presenta un soggetto in più, la comodissima dimora,[6] mi sembra sia stata posta troppa attenzione all’aspetto fisico, materiale della dedica nell’epigrafe come per suggellare la sola messa in opera delle mura. Se quella del Sannesio è stata un’opera di bonifica del territorio, ad essa è seguito un’ulteriore “imbonimento” dal punto di vista culturale. Mi spiego: l’azione principale che l’iscrizione mette in luce, l’EXTRVXIT, deve esser vista come una edificazione non solo materiale, fisica, di costruzione di mura o meglio di messa a punto di un impiantito di coltivazione agricola, bensì come edificazione figurativa, morale. Infatti, anche se il cardinale non vanta una grossa cultura per l’epoca, si ricordi come “governò la diocesi con dolcezza e prudenza e sebbene non fosse di molta cultura supplì a questo difetto con la costante probità di specchiati costumi”.[7] Ecco, gli “specchiati costumi” debbono farci considerare la volontà dello stesso Sannesio di creare in Castelgiorgio un ambiente culturalmente più avanzato di quanto non fosse stato prima. Certo che, stando così le cose, apportò, trasformò (TRADVCTIS) quelli che erano i campi circostanti  a civiltà più amena, avvicinando al senso materiale di ricchezza anche un altro significato. Quindi al semplicistico - seppur giustificabile in quel periodo - interesse per l’aumento delle casse vescovili,[8]  corrisponderà un incremento delle opere di bene della Chiesa. L’acculturazione intrinseca a questo punto giustifica la scelta del luogo molto favorevole, SVB COELO, quindi con il consenso del cielo e del Regno di Dio.    

Per  finire l’ordinatore conclude con una formula della salute (ANNO SALVTIS) non a caso all’insegna del benessere di quel tempo, scelta al posto di ANNO DOMINI o SVB DIE, etc... tutte formule di chiusura altrettanto possibili, ma che evidentemente non avrebbero altrettanto bene sottolineato la prosperità del posto.

 

 

 Biografia in breve del Cardinale Giacomo Sannesio 

1550-1560

(?)

Nasce a Belforte in provincia di Macerata, nella diocesi di Camerino, si può far risalire la nascita a questo decennio poiché da documenti risulta che morì nel 1621 all’età di oltre 60 anni. La sua famiglia è di modeste condizioni e nonostante ciò riesce a studiare e diventare giudice di appello a Camerino. Più tardi si reca a Roma chiamato dal fratello Clemente già familiare del nipote del papa Clemente VIII, Pietro Aldobrandini

 

1591

è canonico di S. Pietro, segretario della Consulta, protonotario apostolico e adibito dal Cardinal nipote

 

 

1601- 1604

ambasciatore francese presso Clemente VIII partecipa insieme ai cardinali Valenti, Delfino, Pamfili ed altri, all’elezione nella Santa Sede per i cardinali 

9 giugno 1604

viene creato Cardinale col titolo di S. Stefano al Monte Celio sotto papa Clemente VII 

1605

nominato Vescovo d’Orvieto, Paolo V lo ascrisse alla congregazione dei Vescovi e Regolari 

 

9 gennaio 1606

inizia la prima visita pastorale nelle parrocchie sulla rupe di Orvieto, il 27 maggio esce per visitare le chiese extra urbem

 

29 maggio 1606

visita la chiesa rurale di San Bernardino nella località Pecorone territorio sotto la giurisdizione di Castelgiorgio

 

30 maggio 1606

a Villa Fratta mentre sta celebrando la SS. Cresima comincia a sentirsi male, le sue condizioni fisiche non erano delle migliori

 1 - 4 settembre 1606

conclusione della visita ad opera di un suo vicario, Pompeo Rudolfino, cappellano al Duomo

 

6 ottobre 1606

interruzione della visita pastorale che si può spiegare con la salute malaticcia del vescovo

 1616

inizia una seconda visita pastorale alle parrocchie del comprensorio di più modesta entità 

1620

messa a dimora della lapide autocommemorativa a Castelgiorgio

28 febbraio 1621

   muore a Roma

 

  federico.fabiani@tiscali.it